AUSTRALIA OLTRE IL NUOVO MONDO - I VINI DEGUSTATI
Australia nel calice: quattro vini che hanno cambiato il modo di guardare il vino australiano
Quando si parla di Australia, nel mondo del vino gli stereotipi sono duri a morire.
Vini potenti. Molto alcol. Shiraz concentrati e muscolari. Chardonnay segnati dal legno.
Eppure una delle cose che amo di più nelle degustazioni è proprio questa: scoprire quanto la realtà sia più interessante dei luoghi comuni.
Durante la nostra ultima serata dedicata all'Australia abbiamo attraversato alcune delle regioni più affascinanti del Great Southern e della Barossa contemporanea, incontrando produttori che stanno scrivendo una nuova pagina del vino australiano.
Uno Chardonnay salvato dall'oblio
Il viaggio è iniziato con lo Chardonnay di Express Winemakers.
Dietro questo vino si nasconde una storia che parla di coraggio e visione. Le uve provengono da Crystal Brook, un vigneto storico piantato negli anni Ottanta a Mount Barker. Quelle vigne mature stavano per essere estirpate e il terreno restituito al pascolo. Ryan O'Meara e Pete Luckett decisero invece di salvarle.
Oggi quelle piante producono pochissima uva, ma regalano una complessità straordinaria.
La vinificazione è quasi artigianale: una parte del vino fermenta in acciaio per preservare la freschezza, una in cemento per esaltare la mineralità, una in botti grandi e una in vecchie barrique. Solo alla fine i diversi tasselli vengono assemblati.
Nel bicchiere abbiamo trovato un vino luminoso, teso, salino, con profumi di lime, pesca bianca e pietra bagnata.
Uno Chardonnay che non cerca di stupire con la forza, ma con l'eleganza.
RAG: quando la Barossa sorprende
Il secondo vino è stato forse il più spiazzante.
RAG di Sigurd Wines prende il nome dalle iniziali del padre del produttore, Ralph Allen Graham. Un vino che nasce dall'incontro tra Grenache, Mataro e Viognier e che sfida completamente l'immagine tradizionale della Barossa.
Nel calice si presenta vivace, succoso, fragrante. Frutti rossi croccanti, note floreali e spezie delicate accompagnano un sorso agile e sorprendentemente fresco.
Con i suoi appena 11,8 gradi alcolici dimostra che la potenza non è l'unica strada possibile per raccontare un territorio.
Burning Violins: il Pinot Nero che nasce da una canzone
Se dovessi scegliere il vino più poetico della serata, probabilmente sarebbe lui.
Il Pinot Nero "Burning Violins" di Fervor prende ispirazione da un verso di Leonard Cohen: "Dance me to your beauty with a burning violin".
Mike e Callum Garland hanno voluto trasferire nel vino la stessa intensità emotiva evocata da quella immagine.
Per realizzarlo selezionano uve provenienti da vecchie vigne del Great Southern e di Pemberton, alcune piantate nel 1982, utilizzando ben quattordici cloni differenti di Pinot Nero.
Il risultato è un vino profondo e stratificato.
Marasca, fragoline selvatiche, petali di rosa, sottobosco, foglie umide, spezie e leggere note fumé si intrecciano in un sorso elegante, lungo e sapido.
Un vino che invita a rallentare e ad ascoltare.
No Royalty: un Syrah per tutti
La degustazione si è conclusa con "No Royalty", Syrah di Fervor.
Il nome nasce da una battuta fatta durante la progettazione delle etichette: nella famiglia Garland non esiste alcuna regalità, nessuna gerarchia, nessuna pretesa aristocratica.
Da qui la scelta di creare un vino che fosse dichiaratamente "per il popolo".
Anche in questo caso siamo lontani dagli stereotipi.
Profumi di mirtillo, prugna, pepe nero, erbe aromatiche, liquirizia e cacao anticipano un sorso setoso, energico e incredibilmente scorrevole.
L'acidità vivace e la trama tannica fine rendono questo Syrah raffinato e contemporaneo.
Cosa ci ha insegnato questa degustazione?
Che il vino australiano non può essere racchiuso in una definizione.
Dietro ogni bottiglia ci sono territori enormi, climi differenti, vigne storiche, produttori visionari e un desiderio crescente di esprimere identità anziché potenza.
Questa serata ci ha ricordato che il vino è molto più di ciò che troviamo nel bicchiere.
È un racconto di persone, luoghi e scelte.
Perché i vini più interessanti sono spesso quelli che non assomigliano a ciò che ci aspettavamo.
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