LA VIGNA CON L'OMBRELLO
E se il futuro della vigna avesse un tetto?
Questo articolo nasce dalla lettura di un'esperienza raccontata da Raisin e dalla domanda che mi ha lasciato: quanto siamo disposti a cambiare il nostro modo di coltivare la vite per adattarci a un clima che sta cambiando?
Dalla “canopée” di Domaine Henri Naudin-Ferrand alle riflessioni che arrivano anche dal Friuli
Quando ho letto dell'esperienza del Domaine Henri Naudin-Ferrand, in Borgogna, e della scelta di proteggere alcune vigne con una sorta di “canopée”, la prima reazione è stata abbastanza semplice:
una vigna con l'ombrello?
Poi, a pensarci bene, la domanda diventa molto meno curiosa e molto più seria.
Perché se fino a qualche anno fa coprire una vigna poteva sembrare un intervento quasi innaturale, oggi la domanda da porsi è un'altra:
quanto deve cambiare il nostro modo di coltivare la vite per continuare a produrre uva di qualità in un clima che è cambiato?
Ed è qui che la storia di una vigna francese diventa interessante anche per noi.
Il principio è intuitivo: una struttura posta sopra il vigneto permette di proteggere la pianta dagli eventi meteorologici più problematici, soprattutto dalle precipitazioni che arrivano nel momento meno opportuno.
Perché il problema non è semplicemente la quantità di pioggia.
È quando arriva.
Una pioggia intensa poco prima della vendemmia può significare diluizione, problemi sanitari, maggiore pressione delle malattie e, in determinate condizioni, perdita di qualità.
E quando l'agricoltura deve confrontarsi sempre più spesso con eventi estremi, la protezione fisica della coltura diventa una delle possibili strategie di adattamento.
La sperimentazione francese è interessante proprio perché cerca di fare qualcosa di più sofisticato rispetto alla semplice copertura permanente: sistemi retrattili e intelligenti possono essere utilizzati quando servono e lasciati aperti quando le condizioni non richiedono protezione.
In altre parole: non si cerca di creare una serra. Si cerca di governare il rischio. La domanda scomoda: stiamo ancora facendo vino o stiamo progettando il clima della vigna?
Perché ogni intervento sulla vigna ha una conseguenza.
Una copertura può proteggere dalla pioggia, ma modifica inevitabilmente il microclima della pianta.
Riduce l'acqua che arriva sulla vegetazione e sui grappoli, ma può influenzare temperatura, umidità, ventilazione e gestione della chioma.
E quindi non basta dire:
“copriamo la vigna e abbiamo risolto”.
La viticoltura non funziona così.
Ogni soluzione genera nuove variabili da controllare.
Ed è proprio questo che rende interessante il confronto con il Friuli.
Friuli: qui il problema lo conosciamo bene
Chi vive e lavora nel mondo del vino friulano sa quanto il rapporto con l'acqua sia complesso.
Da una parte abbiamo una regione che storicamente deve molto alla disponibilità idrica e alla sua capacità di mantenere vigore e freschezza nelle viti.
Dall'altra abbiamo assistito negli ultimi anni a una crescente alternanza di:
piogge intense, periodi molto caldi, siccità, grandinate ed eventi meteorologici difficili da prevedere.
Il cambiamento climatico non significa semplicemente “farà più caldo”.
Significa soprattutto maggiore imprevedibilità.
Ed è questa forse la sfida più difficile per chi coltiva la vite.
Non solo coprire: il Friuli sta sperimentando
La risposta alla crisi climatica non passa necessariamente da una sola tecnologia.
In Friuli, per esempio, la ricerca sta lavorando su strategie diverse: dalla gestione del suolo all'uso di cover crops, fino al monitoraggio dello stato idrico della pianta attraverso sensori.
Un progetto coordinato dall'Università di Udine coinvolge anche aziende viticole friulane, tra cui Specogna, per studiare il rapporto tra gestione del suolo, disponibilità idrica e risposta della vite.È un approccio molto diverso dalla semplice idea di “proteggere la vite”.
Qui si cerca di capire la vite.
Quanto beve.
Come reagisce.
Come il terreno trattiene l'acqua.
Come possiamo intervenire prima che lo stress diventi un problema.
E questa, secondo me, è una strada fondamentale.
Dall'ombrello al sensore: due filosofie solo apparentemente diverse
A prima vista una canopée francese e un sensore installato in un vigneto friulano sembrano appartenere a due mondi diversi.
Una è visibile.
L'altro quasi non si vede.
Una protegge.
L'altro misura.
Ma in realtà partono dalla stessa domanda:
come possiamo adattare la viticoltura a condizioni che non sono più quelle con cui abbiamo imparato a coltivare?
Ed è qui che il confronto diventa interessante.
Non esiste probabilmente una soluzione universale.
Un vigneto in Borgogna non è un vigneto in Friuli.
Un suolo argilloso non reagisce come uno scheletro calcareo.
Un Pinot Noir non ha le stesse esigenze di una Ribolla Gialla.
E soprattutto:
non esiste un “cambiamento climatico” uguale per tutti.
Esistono territori che devono trovare la propria risposta.
La vera innovazione potrebbe essere scegliere quando NON intervenire
Questa è forse la riflessione che mi porto dietro.
Siamo abituati a considerare innovazione tutto ciò che aggiunge qualcosa:
un sensore, una macchina, una copertura, un software, un nuovo sistema di irrigazione.
Ma in viticoltura l'innovazione potrebbe anche essere imparare quando non intervenire.
Lasciare aperta una copertura quando non serve.
Non irrigare quando il terreno ha ancora risorse sufficienti.
Non trattare seguendo un calendario, ma in funzione di dati reali.
Gestire il suolo per aumentare la sua capacità di trattenere acqua.
Osservare la pianta prima di decidere cosa fare.
In fondo, la tecnologia più interessante potrebbe essere quella che ci permette di intervenire meno, ma meglio. E allora sì, anche una vigna con l'ombrello può avere senso.
La viticoltura è da sempre un compromesso tra natura e intervento umano.
Potare, scegliere un portinnesto, decidere una forma di allevamento, gestire il suolo, proteggere la pianta dalle malattie: sono tutti modi attraverso cui l'uomo dialoga con l'ambiente.
Quindi, la domanda più interessante è:
“Questa scelta è coerente con quel territorio e con il vino che vogliamo produrre?”
Ed è una domanda alla quale non può rispondere una macchina.
Deve rispondere il viticoltore.
Con conoscenza, esperienza e capacità di osservare.
Perché forse il futuro della viticoltura sarà una vigna più consapevolmente gestita.
E questo mi sembra già un buon inizio.
Le fonti di questa riflessione
Raisin — articolo “La Canopée: un ombrello sulle vigne di Domaine Henri Naudin-Ferrand”
→ fonte da cui nasce lo spunto iniziale.
ARPA FVG — dati e approfondimenti sul clima in Friuli Venezia Giulia
→ per il confronto con il nostro territorio.
Università degli Studi di Udine
→ per gli studi e le sperimentazioni sulla gestione del vigneto e sull'adattamento della viticoltura.
La Tribune
→ per l'approfondimento sui sistemi di copertura intelligente e retrattile.
Se siete produttori, tecnici o conoscete realtà che stanno lavorando su questi temi, sarei felice di entrare in contatto.
Mi piacerebbe raccogliere queste esperienze e trasformarle in un prossimo articolo/intervista, dando voce a chi ogni giorno lavora in vigna e sta cercando nuove risposte.
Elisa
Contatti
Elisa 348/3730463.
Mail : elisangolo@gmail.com
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