IL VINO NON È IL PROBLEMA. Forse abbiamo semplicemente smesso di avere tempo per sceglierlo.


FORSE NON ABBIAMO SMESSO DI BERE VINO. ABBIAMO SMESSO DI AVERE TEMPO PER SCEGLIERLO.

Da qualche tempo leggiamo praticamente ovunque che il vino è in crisi.

I consumi calano.
Le nuove generazioni bevono meno.
Cambiano gli stili di vita.
Il vino deve reinventarsi.

E poi arrivano le parole che ormai conosciamo quasi a memoria:

moderazione, sostenibilità, nuovi consumatori, nuovi linguaggi.

Tutto vero. Ma ogni volta che leggo uno di questi titoli mi viene una domanda:

E se il problema non fosse soltanto il vino?

E se, almeno in parte, fossimo cambiati noi?

Forse abbiamo meno tempo per scegliere

Non credo che si possa parlare del consumatore come se fosse una persona sola.

Un cinquantenne che ha imparato a bere vino a tavola con i genitori non ha necessariamente lo stesso rapporto con il vino di un trentenne che lo ha scoperto durante un aperitivo.

E un ventenne che oggi decide di bere poco o niente non sta necessariamente rifiutando il vino.

Magari sta semplicemente scegliendo quando vale la pena berlo.

Cambiano le occasioni conviviali, il rapporto con l'alcol, il tempo dedicato ai pasti, il modo di uscire, il budget e persino il modo in cui scopriamo un prodotto.

Una volta potevi entrare in un'enoteca e passare mezz'ora a guardare le bottiglie.

Oggi magari hai sette minuti.

Il vino, nel frattempo, ti guarda dallo scaffale con 400 etichette.

Buona fortuna.

Il problema non è sempre capire il vino. È capire da dove cominciare.

Lavorando nel mondo del vino mi sono accorta di una cosa molto semplice:

per scegliere bene, spesso abbiamo bisogno di qualcuno che ci aiuti a orientarci.

Non necessariamente di un sommelier in guanti bianchi.

Anche semplicemente di una persona preparata dietro un bancone.

Qualcuno che sappia chiedere:

“Per chi è?”

“Cosa ci mangiate?”

“Quanto volete spendere?”

“Cosa vi piace di solito?”

E magari:

“Volete provare qualcosa di diverso?”

Sembra banale.

Ma dietro una buona bottiglia venduta c'è spesso un lavoro che il cliente non vede: assaggiare, studiare, cercare, confrontare, ricordare.

E soprattutto avere il tempo di farlo.

Non dobbiamo rendere il vino più semplice

Forse dobbiamo rendere più semplice entrarci dentro.

È diverso.

Una carta con 150 etichette può essere meravigliosa.

Oppure può diventare una prova di resistenza.

Se davanti a una lista interminabile il cliente non sa cosa scegliere, non significa necessariamente che non gli interessi il vino.

Potrebbe semplicemente non sapere da dove cominciare.

E qui secondo me entra in gioco una parte importante del lavoro di chi vende e serve vino. Non dobbiamo necessariamente trasformare tutti in esperti. Dobbiamo aiutare le persone a trovare il vino giusto per loro.

Non quello giusto in assoluto.

Il loro.

Abbiamo forse complicato troppo il modo di
raccontarlo

Cru.

Terroir.

Vitigni autoctoni.

Macerazioni.

Lieviti indigeni.

Anfore.

Verticali.

Annate.

Denominazioni.

Tutte parole importanti.

Ma se una persona entra in enoteca e dice:

“Io non ne capisco niente di vino.”

forse non dobbiamo risponderle con altre dieci parole tecniche.





Possiamo iniziare con una domanda: “Che cosa ti piace bere?”

Perché una persona non deve conoscere tutto di un vino per poterlo apprezzare.

E soprattutto non deve sentirsi sotto esame.

Bere meno non significa necessariamente essere meno curiosi

Una persona può decidere di bere meno e, contemporaneamente, attribuire più valore all'occasione in cui beve.

Una bottiglia condivisa a cena.

Un calice durante un viaggio.

Un vino scoperto in un ristorante.

Un'etichetta raccontata bene.

Una degustazione.

Un'esperienza.

Non necessariamente una quantità.

E allora forse il nostro compito non dovrebbe essere convincere le persone a bere di più. Dovremmo riuscire a farle venire voglia di bere meglio, quando scelgono di farlo.

Dietro al Bancone

Alla persona che sta dietro un bancone.

Al ristoratore che deve suggerire un vino senza trasformare la scelta in una lezione.

Al personale di sala che può cambiare completamente l'esperienza di una bottiglia.

Perché una cosa l'ho imparata lavorando nel vino:

le persone raramente hanno bisogno di sapere tutto.

Hanno bisogno di sentirsi capite.

Se entro in un'enoteca e dico:

“Vorrei un vino bianco.”

La risposta non dovrebbe necessariamente essere:

“Abbiamo 63 bianchi.”


Forse il futuro del vino passa anche da qui

Si parla molto di nuovi prodotti, nuovi formati, nuovi consumatori e nuovi linguaggi. Tutto necessario.

Ma forse c'è una cosa altrettanto importante:

formare chi il vino lo propone ogni giorno.

Perché una persona preparata dietro un banco può fare molto più che vendere una bottiglia.

Può trasformare:

“Non so cosa scegliere”

in

“Fammi provare quello.”

Può trasformare una bottiglia sconosciuta in una scoperta. Può trasformare un cliente occasionale in una persona che torna. E può fare una cosa ancora più importante:

rendere il vino nuovamente facile da incontrare.

Quindi il vino è davvero in crisi?

Non lo so.

I numeri dei consumi raccontano una parte della storia. Le nuove generazioni ne raccontano un'altra. Le occasioni di consumo ne raccontano un'altra ancora.

Probabilmente dobbiamo chiederci

Non soltanto quanto vino consumiamo.

Ma quanto è facile scegliere quello che vogliamo bere.

Perché forse il consumatore non si è allontanato completamente dal vino.


Forse, qualche volta, non ha trovato nessuno capace di accompagnarlo fino alla bottiglia giusta.

E forse il futuro del vino non dipenderà soltanto da ciò che metteremo nel bicchiere.

Ma anche da chi saprà aiutare le persone a scegliere cosa metterci.



E voi?

Fatemi sapere cosa ne pensate...

Io intanto vado a bere l'ultima bottiglia che ho fatto arrivare dal mio fornitore preferito... Cin Cin


Elisa



Commenti

Post popolari in questo blog

DIETRO L' ETICHETTA – IL RIUL di Ermacora.

IL CALICE & il PIATTO - COSCE D'ANATRA LACCATE

MENU' SAN VALENTINO